Nel 1950, mentre lavorava presso il Los Alamos National Laboratory, il grande fisico italiano Enrico Fermi affermò ciò che sarebbe stato ricordato come il Paradosso di Fermi. Lo si può riassumere in una domanda: «Se l’universo brulica di civiltà aliene evolute, dove sono tutti quanti?». In quell’epoca si iniziava a parlare di esplorazione spaziale, e molti erano i ragionamenti e le speculazioni sull’esistenza di altre forme di vita intelligenti al di fuori della nostra. Le teorie in campo erano principalmente due: l’Ipotesi della rarità della Terra sosteneva che la vita sul nostro pianeta fosse scaturita da una combinazione estremamente improbabile di eventi. All’opposto vi era il Principio di mediocrità, estensione moderna del Principio copernicano, secondo cui la Terra non ha nulla di speciale, e quanto capitato qui potrebbe essere accaduto dovunque nel cosmo. Una quantificazione di tale mediocrità la si può ricavare dall’Equazione di Drake, costituita da nove parametri che concorrono a stimare il numero di civiltà evolutesi nella galassia, con le quali potremmo supporre di entrare in contatto. I parametri dell’equazione sono essi stessi una stima di quantità difficilmente misurabili e pertanto il risultato lascia ampio spazio ad entrambe le teorie sopra citate.
Le stelle son tante, ma l’universo è vasto. Coprire una distanza interstellare con una spesa energetica fisicamente ragionevole richiede qualche secolo ed è improbabile quindi che l’ipotetico vicino possa bussare alla nostra porta. Esiste però un’alternativa valida: comunicare a distanza. La radiazione elettromagnetica viaggia alla velocità della luce e la tecnologia richiesta per inviare e ricevere messaggi è decisamente meno onerosa di un viaggio spaziale.
Così, nel 1960, l’uomo inizia ad ascoltare il cielo. L’astronomo Frank Drake della Cornell University eseguì il primo progetto SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) ascoltando con un radiotelescopio una porzione del cielo e memorizzando i risultati su un nastro per una successiva analisi. Non fu rilevato nulla di interessante. Tuttavia, il decennio successivo fu ricco di ricerche in materia, sull’onda dei grandi progetti di conquista dello spazio e del rapido sviluppo dell’elettronica. Nel 1971 il progetto ottenne il finanziamento della NASA, e nel 1979 l’Università di Berkeley lanciò il moderno progetto SERENDIP, in funzione tutt’oggi. L’orecchio utilizzato è l’imponente parabola di 305 metri di diametro del radiotelescopio più grande del mondo situato ad Arecibo, Puerto Rico.
In cinquant’anni di attività, nessun progetto SETI ha ancora rilevato segnali di comunicazione interstellare ma, come quasi sempre accade in ambito astronomico e spaziale, il vero guadagno risiede nel trasferimento tecnologico.
Ne è un esempio SETI@home, attivato nel 1999 allo scopo di fornire la potenza di calcolo necessaria all’analisi dell’enorme quantità di dati raccolti. L’obiettivo secondario, divenuto poi preponderante, era quello di dimostrare la fattibilità del concetto di calcolo volontario: tramite Internet, chiunque può partecipare all’elaborazione dei dati “prestando” il proprio PC alla ricerca scientifica. Tale concetto si è esteso successivamente ad altri ambiti della ricerca, come matematica e biologia molecolare, portando alla nascita dell’infrastruttura denominata BOINC che conta oggi 2 milioni di volontari attivi e produce una potenza di calcolo di 2,48 PetaFLOPS.



